Disegnare il pensiero?

Disegnare il pensiero?

Sul concetto di “design thinking”

Di Daniele Gigli

Parlando con noi, Giuliano Gaia ha nominato, quasi di passaggio, la metodologia del design thinking, raccontandone per sommi capi l’utilizzo in uno dei suoi progetti. Ma che cos’è questa metodologia? Negli Stati Uniti, la sua diffusione massiccia in campo aziendale risale al 2005-2006, mentre in Italia se ne comincia a parlare – seppure in modo non troppo esteso – con qualche anno di scarto, tra il 2010 e il 2011.

L’idea di fondo è tanto semplice quanto, almeno a prima vista, vaga. Quella di migliorare, cioè, la progettazione di un prodotto o di un servizio attraverso un’analisi fortemente user-centered, un procedimento tipico dei designer, abituati a osservare le innovazioni sorte dal vivere comune e i contesti sociali in cui tali innovazioni si innestano.

È facile notare come un processo così chiaramente centrato sull’esperienza dell’utente offra spunti interessanti a un campo come quello della valorizzazione e della fruizione dei beni culturali. Come pensare infatti di migliorare l’esperienza di godimento di un prodotto culturale senza attraversare la percezione che le persone hanno di concetti come cultura, bene, valore? L’esperienza estetica, più di altre, mette infatti in gioco percezioni complesse e capaci – come tutti gli abiti mentali – di incidere sui movimenti e sulle relazioni tra persone e tra persone e oggetti. Percezioni che hanno a che fare con convinzioni e credenze; così complesse e delicate, quindi, da non poter essere certamente colte con i questionari di soddisfazione abitualmente proposti dalle istituzioni museali.
Quel che il design thinking sembra suggerire in questo campo è perciò una messa in gioco diretta del personale museale (o del curatore di mostra, dell’ideatore di app, ecc.) con i frequentatori del museo, siano essi parvenus o habitués, al fine sì di migliorare la user experience, ma prima ancora di capire quale “experience” interessi provare al fruitore.

Resta un dubbio, che riguarda non tanto il design thinking quanto i rischi che un eccesso di attenzione alla user experience possa facilmente oltrepassare il confine permeabile tra cultura e intrattenimento. Finendo così da un lato ad avvilire il rapporto agonistico che l’arte sempre richiede a chi la vive; e dall’altro spingendo – nella produzione di nuove opere – a non osare nuovi paradigmi che vadano oltre il tentato shock emotivo.
Ma questa è un’altra storia, che parla di saggezza della folla o della sua follia, e ne riparleremo presto.

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